VITALITA’ E GIOCO IN PSICOANALISI di Giuseppe Civitarese e Antonino Ferro

La parola “psicoanalisi” evoca solitamente, insieme agli inevitabili rimandi a contenuti come sogni, inconscio, super-io, anche sofferenza psichica, dolore, vale a dire le molle che portano un individuo a rivolgersi a uno psicoanalista per una terapia. Potrebbe quindi sorprendere i lettori meno avvertiti che un saggio a contenuto psicoanalitico s’intitoli “Vitalità e gioco in psicoanalisi” (autori Giuseppe Civitarese e Antonino Ferro, editore Raffaello Cortina, pag. 188, euro 19).  In realtà gli autori, una coppia collaudata, autrice tra l’altro de “Il campo analitico e le sue treasformazioni”, sanno benissimo che un’analisi è intessuta inevitabilmente di sofferenza, dolore, paura rabbia. Ma la sofferenza psichica – sottolineano – “deriva da una limitazione della capacità dell’individuo di sentirsi pienamente vivo come essere umano”.

“Il compito della psicoanalisi è ben più ampio che risolvere il conflitto psichico, eliminare i sintomi, ampliare la capacità di riflettere su di sé…ma ha a che fare con il promuovere l’esperienza di sentirsi vitali”: porre l’accento sulle emozioni, è questo il sentiero che gli autori battono nella linea tracciata da Bion e ripresa da Ogden. E’ fondamentale che l’analista operi sempre nel qui e ora in un coinvolgimento non solo cognitivo ma anche e soprattutto emotivo-esperenziale. Sono i binari precostituiti di certa psicoanalisi che gli autori mostrano di soffrire, preferendo invece l’esplorazione di spazi di creatività meno rigidi. Vengono così messi in discussione modelli consolidati come la coppia transfert-controtransfert, concetti come la pulsione di morte o la distruttività, troppo spesso – a loro dire – abusati.

Quello che gli autori non condividono della psicoanalisi classica è l’attenzione esasperata alla soggettività del paziente, un’attenzione che porta a trascurare la dimensione emozionale transindividuale: qui torna in primo piano la teoria del campo, che coinvolge l’analista andando però oltre il concetto di transfert-controtransfert, e superando la psicologia della rappresentazione caratteristica della psicoanalisi freudiana. L’approdo finale è la psicoanalisi bioniana, “ancorata – scrivono gli autori – a una psicologia del sapere del corpo e di una relazionalità emotiva o intercorporea”.

L’analisi come dolore ma anche come piacere: ogni seduta è come la puntata di un feuilleton in cui analista e paziente sono come “lettori aggrappati alla puntata successiva” che è per ovvi motivi totalmente imprevedibile: “Un’inevitabile fonte di piacere sono dunque tutte le trasformazioni che operiamo, di cui siamo co-creatori ma anche co-spettatori”. Agli autori stanno a cuore “le mille sfumature sempre in fieri della vicenda clinica e umana: è questa creatività il motore, il “bello” dell’analisi”. Per Bion – ci ricordano gli autori – bisognerebbe sempre dare al paziente un buon motivo per tornare: “Un buon motivo potrebbe essere quel giocare assieme  che allevia l’angoscia”.

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