JUNG E NEUMANN – Psicologia analitica in esilio – Il carteggio 1933-1959

La casa editrice Moretti & Vitali continua a distinguersi per l’attenzione agli epistolari di Carl Gustav Jung. Dopo l’interessantissimo carteggio del padre della psicologia analitica con il Nobel per la fisica Pauli, è ora la volta di quello con uno dei suoi più illustri discepoli, Erich Neumann. Lo scambio epistolare copre un arco davvero notevole, dal 1933 al 1959, inclusivo dei periodi più bui mai attraversati dall’Europa, dall’ascesa al potere di Hitler, allo sterminio degli ebrei e alla seconda guerra mondiale.

La frequentazione personale tra Neumann e Jung è davvero brevissima: il giovane studioso ebreo, reduce da un percorso universitario molto ricco e articolato (prima letteratura, psicologia, storia dell’arte poi medicina, senza potersi laureare per via delle sopravvenute leggi razziali) scrive a Jung (ma questa lettera che dà inizio al carteggio è mancante) che l’11 settembre 1933 gli risponde all’indirizzo di Berlino: “Le ho fissato una seduta per martedì 3 ottobre alle 4 del pomeriggio”. Subito dopo Neumann si trasferisce con la famiglia a Zurigo per incontrare Jung. Il loro rapporto analitico va avanti poco più di sei mesi: il nazismo sta montando in Germania e Neumann capisce che per gli ebrei non è più tempo di indugiare. A febbraio del ’34 fa partire per la Palestina la moglie e il figlio, dove li raggiunge a maggio.

Pur nutrendo un’ammirazione enorme per il suo maestro, Neumann da subito fa intendere di non gradire troppo l’atteggiamento “comprensivo” di Jung per l’atteggiamento del popolo tedesco nei confronti del nazismo: “Le chiedo se questa schietta approvazione, questo introdursi nel vortice di esuberanza germanica, rappresenti veramente la sua posizione”. Siamo nel gennaio 1934 e Jung appena un mese prima ha pubblicato sul Zentralblatt, la rivista internazionale di psicologia analitica, un editoriale in cui tra l’altro si chiede di cessare di confondere la psicologia germanica con quella ebraica. Come se ciò non basti, a seguire viene pubblicato sulla rivista un appello di Goering perché i membri dell’associazione studino a fondo il Mein Kampf di Hitler.

E’ noto a tutti che Jung si difenderà dalle accuse di antisemitismo adducendo l’inevitabilità di tale atteggiamento per salvare dalle purghe naziste la cultura psicoanalitica tedesca. Ma resta forte la critica al maestro da parte di Neumann: “Non comprendo come lei non possa riconoscere che dall’anima germanica si leva ora una nube di fango, sangue e fetore che stordisce: un fenomeno che tutti vedono con orrore”.

Da fervente sionista, Erich Neumann arriva in Palestina carico di aspettative e di entusiasmo, ma le sue attese di uomo estremamente colto vengono presto deluse: “Le forze idealistico-spirituali – scrive a Jung – che avevano avviato la costruzione del paese – il nocciolo degli operai e degli abitanti della campagna – sono state respinte da una crescente onda di commercianti ebrei, indifferenziatamente egoisti e miopi”. E ancora: “In quanto popolo gli ebrei sono infinitamente più stupidi di quello che pensavo…Gli ebrei si stanno amalgamando in una società orribile”.

Ma Neumann continua a nutrire comunque speranza nel futuro: “…d’altra parte vi sono schiere di persone che hanno messo a repentaglio la loro vita per trasformare deserti e paludi in villaggi e paesaggi tra i più belli. IL cammino è però tanto arduo quanto pericoloso: temo che in Palestina si manifesteranno tutti i nostri istinti repressi, tutta la nostra brama di potere e di vendetta. La loro emancipazione (degli ebrei, ndr) ha permesso loro di recuperare individualmente lo sviluppo occidentale (secolarizzazione, razionalizzazione, estroversione, oblio della continuità) con una rapidità innaturale e quasi violenta. Di conseguenza  si è liberata l’Ombra: in Palestina essa può finalmente emergere. Non sarà gradevole. Forse verremo anche uccisi tutti, ma non c’è niente da fare: l’Ombra deve finalmente emergere e venire elaborata”.

Jung dal canto suo replica passo passo alle contestazioni mossegli dal suo discepolo e l’epistolario si sviluppa fino al 1940 avendo sempre bene al centro la questione ebraica, il rapporto dell’ebraismo con il cristianesimo nelle sue implicazioni storiche e, naturalmente, psicoanalitiche. Tra il 1940 e il 1945 le comunicazioni epistolari si interrompono, sono i tragici anni della guerra mondiale. Neumann torna a scrivere a Jung nell’ottobre del ’45 inviandogli in visione la sua opera “Psicologia del profondo e nuova etica”. Nel giro di tre anni l’editore Rascher lo pubblica insieme a quello che sarà poi il testo fondamentale di Neumann, “La storia delle origini della coscienza”. Neumann spera che il testo possa essere inserito tra quelli destinati ad essere pubblicati dal neonato Istituto Carl G. Jung di Zurigo. Ma il primo libro “Nuova etica” ha fatto intorno a lui terra bruciata per via dei riferimenti al coinvolgimento dell’intera Germania negli orrori del nazismo. Così,  è lo stesso Jung in una lettera a bruciare le sue speranze: “Un piccolo istituto che sta appena facendo i primi passi, non deve rischiare di farsi troppi nemici (alludo all’Università e alla Chiesa!)”. Neumann è furente per l’ostracismo di Zurigo, ma per sua fortuna in pochi mesi la polemica si stempera. Gli stessi che cinque mesi prima gli avevano rifiutato la pubblicazione del libro, ora lo invitano a insegnare nell’Istituto. Neumann accetta e diventa uno dei docenti in pianta stabile, fino ad arrivare nel 1954 alla qualifica di “patron”, una sorta di garante della qualità dell’insegnamento all’interno dell’Istituto. Il carteggio prosegue negli anni con al centro il rapporto fra Cristianesimo ed Ebraismo, ma periodicamente fa capolino l’ansia di Neumann per il mancato apprezzamento nei suoi confronti da parte di parte degli ambienti psicoanalitici zurighesi e anglosassoni L’ultima lettera di Neumann a Jung è datata 11 settembre 1959. Neanche un anno dopo (il 5 novembre 1960) lo psicoanalista muore, stroncato da un cancro. E’ del 23 gennaio 1961 la lettera di condoglianze di Jung alla vedova.

Vale la pena in conclusione di segnalare il libro “Un esilio impossibile – Neumann  tra Freud e Jung”, dello psicoanalista Antonio Vitolo, già presidente dell’Associazione Italiana Psicologia Analitica, edito nel 1990 da Borla. All’epoca – come ricorda lo stesso Vitolo – erano pochissime le lettere note fra Jung e Neumann, 17 del primo al secondo, e appena tre di Neumann a Jung. Ma bastano a Vitolo per investigare sul “fil rouge” che lega i due analisti approfondendo la triangolazione che include inevitabilmente anche Freud. Il libro consente ancora oggi una migliore messa a fuoco del carteggio  completo grazie a uno sguardo esterno e quindi distaccato sul complesso rapporto tra il padre della psicologia analitica e uno dei suoi più illustri discepoli.

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