VITE NON VISSUTE – Esperienze in psicoanalisi di Thomas H. Ogden

Il cambiamento psicologico è l’obiettivo primo della terapia psicoanalitica per ogni terapeuta. Ma le strade che portano al traguardo sono molte, forse una per ogni analista. In “Vite vissute” (Cortina Editore, pag. 196, euro 19) lo statunitense Thomas Ogden, uno dei più noti psicoanalisti contemporanei, fa il punto sulla propria teoria partendo da un assunto: “La psicoanalisi non è una terapia della parola ma una terapia della conversazione. L’esperienza terapeutica non è parlare a una persona, ma con una persona. La conversazione pronunciata entra in risonanza con una conversazione inconscia, in cui le due persone stanno pensando insieme. Pensare insieme è l’altra caratteristica essenziale della psicoanalisi che ho in mente”. Ogden distingue tre tipi di pensiero: magico, onirico e trasformativo. Modalità che non sono da leggere in progressione diacronica, ma piuttosto in una convivenza sincronica.

Il pensiero magico si esprime attraverso fantasie onnipotenti che creano una realtà psichica che per il soggetto risulta essere più “vera” della realtà esterna. L’individuo finisce così per escludersi dal mondo esterno, difendendosi da esperienze reali che ritiene insopportabili, in una sorta di un interminabile autoinganno. Il pensiero onirico invece per Ogden è una modalità che funziona non solo nei sogni ma anche nello stato di veglia, è un’attività prevalentemente inconscia, la più profonda ed è all’origine della crescita psicologia autentica. Il pensiero trasformativo è infine l’attività che consente di creare nuovi modi di codificare l’esperienza.

I punti di riferimento di Ogden sono Bion e Winnicott. Del primo Ogden mutua il privilegio per l’intuizione come attività fondamentale dell’analista. E’ importante che il terapeuta riesca ad andare oltre le manifestazioni sensoriali che gli si pongono davanti nell’esperienza terapeutica, per affidarsi essenzialmente al pensiero inconscio. “Per me – afferma Ogden – la reverie, il sogno della veglia,  è l’esperienza clinica paradigmatica dell’intuizione della realtà psichica di un momento di un’analisi…Bion soppianta la consapevolezza dal suo ruolo centrale nel processo analitico e insedia al suo posto il lavoro (in gran parte inconscio) dell’analista di intuire la realtà psichica (inconscia) del momento presente, diventando una cosa sola con essa”.

Da Winnicott Ogden recupera la nozione di “paura del crollo” del paziente. Tutto si riconduce al crollo nel legame madre-bambino: “Incapace di tollerare, da solo, le agonie primitive risultanti dal crollo nel legame con la madre, il bambino cortocircuita l’evento in modo da non sperimentarlo e lo sostituisce con difese di natura psicotica. Non facendo esperienza del crollo quando si verifica nell’infanzia, l’individuo crea uno stato psicologico nel quale vive nella paura di un crollo che è già avvenuto ma che egli non ha sperimentato. Suggerisco che la forza che guida il bisogno dell’individuo di trovare la causa della sua paura sia la sensazione che una parte della sua vita gli sia stata portata via e che ciò che gli è rimasto sia, in gran parte, una vita non vissuta”.

Spetta all’analista attraverso la terapia riannodare i fili di una vita spezzata, liberando il paziente dalla sua paura e consentendogli di saltare al di là del baratro aperto dal crollo.

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