OPERATORI E COSE – Confessioni di una schizofrenica di Barbara O’Brien

Tra i grandi misteri della mente ce n’è uno che più degli altri agita da sempre i sonni di psichiatri, psicoanalisti e quant’altri fra gli scienziati si sono occupati del comportamento umano. Parliamo della schizofrenia, un “buco nero”  che a più di cento anni dalla sua definizione (autore lo psichiatra svizzero Bleuler nel 1908) resta ancora per larga parte sconosciuto. L’orientamento prevalente, non da oggi, è che sia frutto di un mix di cause biologiche e ambientali: la farmacologia ha dato un contributo importante alla gestione dei sintomi, ma la terapia resta ancora una sorta di terno al lotto.

Le sue dinamiche restano fondamentalmente sconosciute, il distacco dal mondo reale segue strade diverse da soggetto a soggetto, la descrizione che fanno dei vari casi i terapeuti è sempre mediata perché frutto di un’osservazione dall’esterno. C’è però un’eccezione, caso probabilmente più unico che raro, che risale agli anni ’50: una testimonianza “dall’interno” della malattia tradottasi in un libro uscito negli Stati Uniti nel 1958 e che oggi Adelphi (pagg. 251, euro 19) propone ai lettori italiani, dal titolo “Operatori e cose, confessioni di una schizofrenica”.

L’autrice si è nascosta dietro lo pseudonimo di Barbara O’Brien, necessario a proteggere la propria privacy. Di lei sappiamo ben poco: le scarne notizie ce la danno guarita e viva a Los Angeles fino a metà degli anni Settanta.

Dicevamo della straordinaria variabilità nella casistica di questa patologia, nel caso dell’autrice del libro diagnosticata come schizofrenia paranoide. Nella vita di Barbara, giovane donna e brillante impiegata in un’azienda californiana con livelli di competività e di stress molto alti, improvvisamente compaiono alcune figure che lei definirà “Operatori”, allucinazioni che prendono il comando della sua esistenza imponendole tutta una serie di comportamenti, manipolandola come un burattino, anzi come una “Cosa”, così la definiscono gli Operatori stessi. Barbara comincia un viaggio attraverso gli Stati Uniti, preferibilmente sugli autobus Greyhound perché così vogliono gli Operatori che nel frattempo assumono via via identità diverse. Ha anche un episodio di psicosi eclatante che la porta a un ricovero in un ospedale psichiatrico dal quale però riesce a farsi dimettere rapidamente. Dopo un po’ si licenzia dall’azienda. Il suo vagabondare per gli States (Canada, Montana, Utah, California) dura sei mesi, fino a quando uno degli operatori la conduce personalmente davanti allo studio di uno psicoterapeuta: basteranno tre sedute per uscire dal delirio, gli Operatori scompaiono definitivamente. Come il precipitare nella follia è stato guidato dall’inconscio, così pure il riemergere nella realtà: lo psicoterapeuta le spiegherà che tutti questi sei mesi sono stati governati dall’inconscio che l’ha tirata fuori con la forza da una situazione lavorativa pericolosa per la sua salute mentale, conducendola attraverso un’avventura psicotica per farla infine approdare ad un epilogo di rinascita.

Il caso di Barbara è evidentemente singolare: la schizofrenia paranoide non concede molte speranze di guarigione anche a chi è in cura, ma è pressoché impensabile che se ne possa uscire da soli. Intendiamoci, dal racconto che Barbara fa della sua psicosi si desume un livello di malattia non gravissimo, con un grado di autocoscienza che le consente di gestire, sia pure precariamente, la propria esistenza. Resta comunque la testimonianza straordinaria di una situazione psicotica raccontata in prima persona, con la conferma che ci può essere sempre una luce in fondo al tunnel.

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