COSA SIGNIFICA ESSERE VIVI di Thomas H. Ogden

Quando si parla di psicoanalisi o di psicologia analitica i riferimenti inevitabili in prima battuta sono Freud e Jung, ma  a distanza di cento anni dai padri di questa disciplina è necessario saper guardare oltre.  Un aiuto ci viene  da  Thomas  H.  Ogden,  tra  le figure più note del campo psicoanalitico internazionale e nel 2012 insignito del Sigourney Award per il suo contributo allo sviluppo della psicoanalisi.

Il suo ultimo libro, “Cosa significa essere vivi” edito da Astrolabio-Ubaldini (pag. 170, euro 16) apre un’interessantissima finestra su due  personaggi di grande rilievo nella storia della psicoanalisi, Donald Winnicott e Wilfred Bion.

Tra i temi affrontati da Ogden vale la pena di soffermarsi sull’importanza che nello sviluppo psichico del bambino rivestono gli oggetti transizionali, teorizzati da Winnicott tra il 1951 e il 1971. Si tratta di un ponte fondamentale nel passaggio “tra il relazionarsi con oggetti soggettivi (essenzialmente proiezioni del suo mondo interno) e il relazionarsi con oggetti percepiti oggettivamente. Come sottolinea Ogden, si tratta della prima esperienza della sensazione di essere vivi, uno stato dell’essere che prosegue per tutta la vita dell’individuo. E qui siamo al nodo fondamentale della teoria psicoanalitica per Ogden che postula due dimensioni nel processo terapeutico: la dimensione epistemologica (sapere e comprendere) e quella ontologica (essere e divenire).  “Non è l’esperienza  a nascere dalla comprensione – precisa – ma la comprensione a nascere dall’esperienza”.

Freud e Klein vengono visti come fondatori di una psicoanalisi di natura epistemologica, interessati prevalentemente al significato  simbolico dei sogni e del gioco infantile. Per Ogden s0no invece Winnicott e Bion i rappresentanti della psicoanalisi ontologica, concentrati sull’esperienza del gioco e del sogno”. Winnicott in particolare tiene a sottolineare come “la psicoterapia non consista nel fare interpretazioni intelligenti e adeguate, ma nel restituire al paziente nel lungo termine ciò che ha portato….Se faccio  il mio lavoro abbastanza bene, il paziente troverà il proprio sé e sarà in grado di esistere e di sentirsi reale”. Ogden insiste in particolare sul gioco (vedi Melanie Klein) e sul giocare. La psicoanalisi ontologica dà rilievo non al gioco in sé e al suo significato, ma al giocare: è attraverso i verbi che l’individuo fa esperienza della sensazione e di essere vivo e reale.

Ma Ogden non si limita ad un’analisi delle teorie di Winnicott e di Klein, il suo contributo al discorso psicoanalitico è di grande spessore. Basti rileggersi un breve mia estremamente denso paragrafo del libro, “Ripensare il concetto di inconscio”. Per Ogden “l’inconscio non è un luogo o una cosa, bensì una qualità del pensiero, del sentire e dell’esperienza di ciascuno…L’istanza che Freud chiama inconscio è una qualità della coscienza, non un regno che esiste al di là della barriera rappresentata dalla rimozione….Non sto suggerendo di rinunciare a utilizzare il concetto di inconscio, dovremmo essere ben consapevoli del fato che si tratta semplicemente di un’idea, non certo di un luogo o di una seconda mente”. Una dimostrazione di straordinaria modernità.

 

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