LA REALTA’ NON E’ COME CI APPARE di Carlo Rovelli

untitledLa struttura intima del mondo, dal micro al macrocosmo, continua a costituire un mistero ancora da decifrare in larga parte malgrado i continui passi in avanti della scienza. Sappiamo molto delle particelle subatomiche avendo sezionato l’atomo in lungo e in largo, ma tanto ci manca ancora delle relazioni che intercorrono fra le varie particelle, relazioni determinanti per la costituzione della realtà. In questa direzione si muove il bel libro dello scienziato italiano Carlo Rovelli “La realtà non è come appare – La struttura elementare delle cose” che ci presenta un panorama dell’evoluzione della fisica a partire dai filosofi greci, su tutti Anassimandro, Democrito e la scuola eleatica fiorita nel Cilento, i cui nomi più illustri sono Parmenide e Zenone. E via via si risale attraverso Copernico, Galileo, Newton, fino ad approdare all’Ottocento che vede giganteggiare Faraday e Maxwell.

E’ in questo secolo che si realizza la prima grande rivoluzione: la scoperta del campo elettromagnetico. Per la prima volta si fa strada (Faraday) l’idea che le forze non agiscano (Newton) direttamente fra due oggetti distanti, ma che lo spazio sia permeato da una forza, in questo caso elettromagnetica, che interagisce con gli oggetti. E’ appunto la nascita del concetto di campo che in futuro assumerà peso sempre maggiore nella fisica “macro” e “micro”.
Dalla concezione tripartita del mondo di Newton (spazio, tempo, particelle) si passa così a una quadripartita, con l’aggiunta del campo. Fin qui il racconto di Rovelli è una godibile e intellegibile (cosa non da poco) cronaca di quanto è accaduto fino agli inizi del Novecento. Il primo “salto di qualità” arriva con Einstein (1905) che fonde spazio e tempo in un’unica dimensione, appunto lo “spaziotempo”. Ma se il campo gravitazionale è in grado di curvare lo spazio, anzi lo spaziotempo ecco che, sempre in Einstein, dieci anni dopo, si fa strada un’ipotesi per noi comuni mortali agghiacciante: lo spaziotempo in realtà è un prodotto del campo, e dunque l’Universo è costituito da particelle e da campi.
Ma il “peggio” (sempre per noi “comuni mortali”) deve ancora arrivare. E arriva con la fisica quantistica che via via demolisce l’idea di spazio come “contenitore” della realtà. Lo spazio è invece parte della realtà, composto anch’esso di quanti, quanti di spazio: un fitto tessuto di interazioni tra quanti gravitazionali. Quanti che “non evolvono nel tempo – spiega Rovelli – E’ il tempo che nasce come conseguenza delle loro interazioni”. D’altra parte esperimenti sugli orologi posti a diverse altezze hanno mostrato, grazie a misuratori eccezionalmente precisi, che il campo gravitazionale modifica il tempo, quindi al fondo del discorso, lo produce. “L’impressione del tempo che scorre – spiega ancora Rovelli – è solo un’approssimazione che ha valore per le nostre scale macroscopiche: deriva dal fatto che osserviamo il mondo solo in modo grossolano”. Siamo entrati nell’era della gravità quantistica, per la quale il mondo è manifestazione di un solo tipo di entità: i campi quantistici covarianti. E qui il fascino della teoria va di pari passo con lo smarrimento del “comune mortale”: l’Infinito sparisce, l’Universo è immenso ma finito. Come non esiste l’infinitamente piccolo (la lunghezza di Plank è il limite invalicabile) così non esiste l’infinitamente grande. I passaggi tecnici della teoria sono per il lettore non tecnico poco comprensibili, ma la narrazione di Rovelli mantiene intatti fascino e suggestione, costringendoci a tornare indietro nella lettura, a ruminare più e più volte le pagine nel tentativo, a volte disperato, di strappare al testo brandelli di conoscenza. Ma ne vale la pena.

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