GIOCO E LINGUAGGIO a cura di Suzanne Maiello

gioco[1]L’esordio dell’autismo in un bambino è per i genitori un dramma spaventoso che rischia di minare alle fondamenta la vita del nucleo familiare. Ma l’autismo è un disturbo che si può prevenire, a patto di saperne cogliere i primi sintomi e predisporre il conseguente intervento terapeutico. E’importante per questo monitorare il comportamento del piccolo, seguendone le principali forme di espressione.
Ed è “Gioco e linguaggio” (pag. 167, euro 11) il libro che per i tipi di Astrolabio raccoglie, a cura della psicoterapeuta Suzanne Maiello, gli interventi di alcuni psicoanalisti e terapeuti. Si tratta di un testo agile, la sesta pubblicazione di una collana, “Cento e un bambino”, che si rivolge esplicitamente ai genitori in un linguaggio chiaro e semplice, ma sempre attento e rigoroso.

Perché gioco e linguaggio? Perché, seguendone lo sviluppo e l’evoluzione, si può percepire il livello di integrazione del bambino nel nucleo familiare, a partire dal rapporto con la madre che è inevitabilmente quello privilegiato. Studi neanche molto recenti hanno rivelato che il linguaggio della madre viene percepito dal bimbo già nell’utero. Dopo la nascita, tra il bimbo e la madre si stabilisce una comunicazione non-verbale o pseudo-verbale fatta di sguardi, gesti e vocalizzi. Ma può accadere che il piccolo non invii segnali o non cerchi l’attenzione dell’adulto, mettendo in atto un ritiro dalle relazioni che finisce, se prolungato, per comprometterne inevitabilmente lo sviluppo psichico. Il bambino non succhia il seno, non pratica la lallazione, “gattona” a fatica, ha ritardi nella deambulazione. Essendo la bocca la parte che per prima entra in contatto con la madre, spesso il disturbo si esprime proprio come problema di linguaggio o di alimentazione. In conclusione il piccolo non si relaziona ai genitori e questo per il padre e la madre è un dolore insopportabile. La conseguenza può essere il rifiuto del bambino da parte dei genitori o il loro tentativo di sminuire la portata del disturbo del figlio.
E non c’è nulla di più dannoso che una mancanza di relazione: oggi infatti un dato acquisito con certezza è che il processo di crescita non è dalla individualità alla relazionalità, ma il contrario. Senza relazionalità quindi non c’è sviluppo dell’individuo. Purtroppo una diagnosi precoce dell’autismo non è facile, nel senso che i genitori si accorgono del disturbo non prima dei 3 o 4 anni di vita del bambino. La terapia analitica a questo punto può aiutare il paziente a sviluppare la capacità di giocare. E giocare – spiegano Antonino Ferro ed Elena Molinari, due fra gli autori del libro – “significa immergersi nel profondo di sé per esplorare un mondo popolato da seduttive sirene, meduse affascinanti per la loro bellezza ma anche dolorosamente urticanti, anfratti sicuri o abitati da spaventose murene. Giocare è immergersi insieme in un luogo immaginario per creare personaggi che rendano narrabili le proprie emozioni e nello stesso tempo siano in grado di ampliare il campo di esplorazione interiore”.

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