IL SE’ DIGITALE di Vittorio Gallese

Dai neuroni-specchio al Sé digitale: è  una  traccia lunga trent’anni quella che porta  Vittorio  Gallese,  professore  di neuroscienze cognitive a Parma,  a  dare  nuova fisionomia   al  Sé  con un’interessante operazione di recupero della corporeità. Negli anni novanta un gruppo di ricercatori, tra cui Gallese, guidato dal professor Rizzolatti,  studiando  il  comportamento  di un macaco  aveva scoperto che la scimmia assumeva atteggiamenti identici  a quelli umani semplicemente osservando  chi aveva di fronte: questo grazie all’azione di alcuni neuroni che vennero denominati “neuroni specchio”.

Questo rispecchiamento ci dice che “l’intersoggettività non nasce dalla rappresentazione astratta dell’altro, ma dalla sua incorporazione percettivo-motoria”. E’ dunque il corpo che ci mette in relazione con l’esterno, favorendo l’esperienza prima della concettualizzazione. Il sé dunque non è chiuso, ma legato alla corporeità. E oggi più di ieri un ruolo determinante è svolto dalla percezione delle immagini, perché più di ieri siamo immersi in un mondo essenzialmente digitale. Le immagini non si limitano a rappresentare il mondo ma lo generano.

Già Michel Foucault 50 anni fa aveva introdotto il concetto di “dispositivo” per indicare un insieme di pratiche, tecniche e discorsi: non un oggetto – ci dice Gallese – ma una macchina epistemica, una configurazione che produce realtà. Molti anni dopo il filosofo Giorgio Agamben torna sul tema per spiegarci che i dispositivi producono soggetti, modulano il modo di percepire dei corpi. E oggi in piena civiltà dell’immagine lo schermo del nostro tablet <cattura, orienta e determina lo sguardo, modula e modella la presenza e struttura l’interazione>. Il touch screen amplifica questa condizione: <Lo schermo – ci dice Gallese – si fa continuazione della pelle, è un organo visivo esterno….Ogni interazione con i dispositivi è il prolungamento di pratiche sensomotorie che radicano l’esperienza nella carne>.

Il Sé digitale è una variazione emergente del Sé corporeo, lo prolunga e lo modula. E dunque anche le espressioni più elementari e apparentemente banali come i like o i cuoricini spediti con whatsapp per Gallese non vanno ridicolizzate e svalutate: si tratta di microdinamiche affettive. Non siamo davanti a meri eccessi, ma a nuove forme di ritualizzazione affettiva, non un banale surrogato ma un campo “incarnato e situato”. Siamo in presenza di un’empatia mediatizzata: “Le piattaforme digitali sono ambienti affettivi che strutturano la forma e il ritmo del sentire”. Siamo insomma davanti a un’evoluzione biologica e culturale per cui cervello e corpo sono strettamente connessi.

Davanti all’Intelligenza Artificiale il per Gallese il rischio vero non è che l’IA si sostituisca a noi, ma piuttosto che ci modelli, spingendoci ad adattare le nostre forme di pensiero e linguaggio alla logica dell’algoritmo. Non possiamo e non dobbiamo accettare che una macchina possa essere trattata come un soggetto. Resta comunque il fatto che le tecnologie digitali, anche le più elementari, “non sono semplici strumenti funzionali perché intervengono sulle nostre percezioni , riorganizzano i nostri gesti, i nostri tempi, le scale dell’attenzione”. E’ un nuovo Sé che si struttura e viene alla luce: è il Sè digitale.

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Psicoanalisi. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento