FARSI MALE, Variazioni sul masochismo di Vittorio Lingiardi

Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, dopo “Il corpo, umano”, torna in libreria con una nuova opera“Farsi male” (Einaudi, euro 14, pag. 203). Professore ordinario di psicologia clinica alla Sapienza di Roma, Lingiardi si addentra in un territorio per molti versi oscuro e inquietante,  quello  della  sofferenza autoinflitta,  fisica ma anche e forse più spesso psicologica.  Il primo pensiero  corre  all’ambito  sessuale,  all’accoppiata  sadismo-masochismo,  ma ci accorgiamo  presto  di  essere  fuori  strada. Il masochismo è innanzitutto una  modalità esistenziale,  un  atteggiamento che consente a determinati individui, maschio o femmina che siano, di sopravvivere alle proprie fragilità. E così la sofferenza diventa lo strumento per costruirsi un’identità alla quale altrimenti non si riuscirebbe a dare forma.

Ancora una sorpresa: Lingiardi esclude in larga misura dal masochismo l’atto del tagliarsi, peculiarità degli adolescenti per i quali il farsi male “è un segno dell’incapacità di dare voce alle emozioni”.

Ma come si arriva ad abbracciare la modalità del masochismo? La strada maestra parte inevitabilmente (o quasi) dall’infanzia e dalle esperienze ad essa legate: “Può accadere – scrive Lingiardi – che un’esperienza infantile dolorosa venga distorta a favore della sopravvivenza…Un altro scenario è quello dei bambini che ricevono amore e sostegno dai genitori solo quando sono malati o molto vulnerabili….Ecco che nasce una strategia dell’infermità o del danno per ottenere l’attenzione dei genitori. Nei casi più gravi procurarsi da soli del male diventa un richiamo, ma anche un modo per controllare e gestire la relazione….L’autonomia e la ribellione sono vissute come anticamere dell’abbandono. La remissività prende il timone, rabbia e aggressività si nascondono sottocoperta, na condizionano la navigazione”.

Lingiardi identifica diverse strutture di personalità masochistica: c’è quella evitante, che rifugge dalle situazioni in cui sarebbe vincente per preferire la sconfitta; il masochista onnipotente e quello autodistruttivo che si gettano in imprese impossibili destinate al fallimento; il masochista possessivo che nelle relazioni si rende indispensabile con l’iperaccudimento offrendo una dedizione sconfinata e dolorosa  all’altro; il masochista sopraffatto  che si consegna a un partner che spesso è un persecutore; il masochista virtuoso, apparentemente altruista all’estremo, che si aspetta per questa dedizione gratitudine e fedeltà.

E qui Lingiardi chiama a sostegno delle sue tesi la psicoanalisi, e in particolare lo psicoanalista britannico William Fairbairn. E’ lui – scrive Lingiardi –  a formulare l’ipotesi di un sabotatore interno, la parte di noi rimasta fedele all’oggetto rifiutante o maltrattante pur di non perdere il legame”, e ancora: “Il sabotatore interno è in frutto di un’identificazione genitoriale rifiutante, idealizzata come amorosa, ma poi introiettata come assente, distruttrice, giudicante”. Sarà questo doloroso fardello a condizionare la vita adulta dell’individuo, inducendolo a scegliere situazioni di vita e relazioni prevalentemente portatrici di sofferenza.

A consolidare le proprie ipotesi, Lingiardi dedica un interessante capitolo al cinema con le sue figure emblematiche di perdenti, da “Le lacrime amare di Petra von Kant”, a “L’impero dei sensi”, a “Il servo”, a “Scene da un matrimonio”, chiamando a sostegno anche la pittura  e la musica. Senza scivolare in un esasperato tecnicismo, Lingiardi ci offre in conclusione uno sguardo profondo e illuminante su una delle modalità esistenziali più diffuse, suggerendo un ampio e articolato ventaglio di spunti di riflessione.

Questa voce è stata pubblicata in Psicoanalisi. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento